ENRICO LETTA: "SE IL PREMIER IN PARLAMENTO NEGA LA RIFORMA, NON POSSIAMO PIU' VOTARE SI'".

«Ho sostenuto la scelta del sì al referendum. Un sì per favorire la riforma della legge elettorale in Parlamento. Ma se Berlusconi dovesse confermare l'indisponibilità a qualunque riforma e l'intenzione, in caso di vittoria del sì, di tornare al voto con la normativa risultante dai quesiti referendari, allora il Pd dovrà riconsiderare la propria posizione. Non potremo più votare sì». Enrico Letta raccoglie i messaggi allarmati che giungono al Pd da più parti (anche da Pier Ferdinando Casini, nell'intervista di venerdì sul Messaggero) e rivolge un invito al segretario: «Franceschini sfidi Berlusconi ad esprimersi chiaramente sul tema. Se il premier ribadisse il rifiuto di ogni riforma in Parlamento, il Pd non potrebbe che prenderne atto e adeguare la sua strategia al tentativo di Berlusconi di truccare le carte».

Il premier potrebbe ribattere che siete voi a truccare le carte, mentre lui prende i quesiti alla lettera.«Anche al tempo degli altri referendum elettorali, il Parlamento intervenne, eccome, dopo la vittoria del sì. Nel nostro sistema i referendum sono abrogativi e la materia elettorale è troppo delicata per sopportare tagli sommari. Peraltro la stessa Corte costituzionale, nell'ammettere gli attuali quesiti, raccomandò un approfondimento al Parlamento sulla circostanza che viene assegnato un premio di maggioranza senza neppure fissare una soglia minima...»Non rischiate così di regalare a Berlusconi anche il movimento referendario?«Mi auguro che anche Guzzetta e Segni si ribellino al tentativo di strumentalizzazione di Berlusconi. Se il Parlamento viene programmaticamente escluso dalla riforma, il referendum viene tradito».Perché non cercate un'intesa con la Lega e l'Udc su una riforma che eviti il bipartitismo?«Sono da tempo sostenitore del modello tedesco. E credo che il Pd debba lavorare per costruire, innanzitutto con Udc e Lega, un'intesa in Parlamento sulla forma di governo e sulla legge elettorale. Purtroppo abbiamo perso tempo, il Pd si è fatto colpevolmente attrarre dalle sirene del bipartitismo, ma ora spero che la sua linea istituzionale possa evolvere positivamente (no allo schema bipartitico, sì al confronto tra due coalizioni). Resta il fatto che in questa legislatura non è realistica una riforma istituzionale contro il Pdl. Oggi Pd, Udc e Lega non possono fare una legge sul modello tedesco contro il Pdl. Per questo il nostro sì al referendum va sottoposto a verifica».Cosa manca di più oggi al Partito democratico?«Siamo stati un anno e mezzo in apnea. Questo ha messo in crisi il progetto. Non solo abbiamo assecondato lo schema bipartitico (col bipartitismo faremo vincere Berlusconiper sempre), ma abbiamo indebolito le rappresentanze territoriali, gestito male le liste bloccate, incrinato le alleanze. Ora Franceschini sta lavorando bene, con efficacia. Ha fatto le scelte nette di cui c'è bisogno. Dobbiamo tutti aiutarlo con impegno e generosità. La crisi economica può essere per il Pd ciò che è stato per la Fiat: un'opportunità impensabile in tempi ordinari. Poi, dopo le elezioni andremo a un congresso che spero sappia rilanciare le idee originarie del Pd».Quale soglia deve superare il Pd alle europee per mettersi in salvo?«Non ha senso dare i numeri. Anche perché conteranno di più le elezioni amministrative. È dal territorio che deve partire il rilancio. E anche la necessaria apertura a nuove alleanze, dopo gli affanni di queste settimane in molti Comuni e Province».Quali alleanze? D'Alema contesta il rapporto preferenziale con Di Pietro e lei da tempo spinge per un confronto ravvicinato con l'Udc.«Le alleanze non sono un reclutamento. Di sicuro Di Pietro è cresciuto sulle nostre difficoltà e, tanto più Di Pietro è forte, tanto più Berlusconi è sicuro di vincere. La politica delle alleanze va costruita insieme ad un solido progetto per l'Italia. E continuo a pensare che un buon rapporto Pd-Udc sia una base di partenza. Del resto, la scelta di Casini di andare da solo nella maggioranza dei Comuni e delle Province è interessante, anche se considero un errore la candidatura Emanuele Filiberto. Ma merita attenzione da parte nostra pure la contraddizione che si sta aprendo tra il Mpa e Berlusconi».Berlusconi e il governo comunque sembrano godere di forti consensi al momento.«Berlusconi governa da dieci mesi e si è anche avvantaggiato della crisi del Pd. Ma stanno venendo al pettine i limiti e gli errori della sua impostazione. Ha cercato per mesi di nascondere la crisi. E ora proclama che è già superata. Invece le cifre del debito e del deficit dimostrano che, come in un drammatico gioco dell'oca, l'Italia è tornata a prima del '94. Dicono Berlusconi e Tremonti: anche gli altri sono messi male. È vero, ma gli altri non hanno fatto come noi i sacrifici per 14 anni ininterrotti. Il governo non potrà cavarsela con finzioni e giochi di parole. Peraltro, lo scontro con il Mpa nasce da politiche oggettivamente anti-meridionali. I flussi del finanziamento ordinario al Sud si stanno prosciugando. E si cerca di rimpiazzarli con i fondi europei. Ma così il Sud resta senza supporti per la crescita: anzi, restano soltanto quei disegni del Ponte sullo Stretto».

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