1. Un tema centrale
Il tema della laicità è tornato negli ultimi anni al centro del dibattito culturale e politico - non solo in Italia - tanto che si può forse affermare che quella del rapporto fra democrazia e religione è una delle questioni più importanti del nostro tempo. Non poteva che essere così: il rapporto tra democrazia e religione è oggi il luogo in cui si mette a tema la relazione che lega l'uomo con gli altri uomini, e, al tempo stesso, con l'Altro trascendente. Quella che per i cristiani è la relazione tra la città dell'uomo e la città di Dio.
Se il secolo XX è stato il secolo delle ideologie in guerra, forse il XXI secolo potrà diventare quello della coesistenza pacifica delle religioni e del riconoscimento della modernità della fede. Dentro e dopo la secolarizzazione, ci si sta rendendo conto che lo scetticismo razionalistico non basta per dare senso all'esistenza. Così le religioni ritornano ad essere contemporanee.
2. Un approccio non riduttivo
Interrogarsi su questo tema oggi è più che mai necessario, ma è necessario farlo dotandosi di uno sguardo il più possibile ampio; tornando, cioè, alla radice della distinzione tra ciò che spetta a Dio e ciò che spetta a Cesare. In questa essenziale distinzione di ordini - forse il principale contributo occidentale alla cultura politica globale - sta la ragione ultima ed irrinunciabile della laicità. Ma oggi spesso la laicità viene intesa, restrittivamente, come neutralizzazione, se non come marginalizzazione, del fenomeno religioso, relegando quest'ultimo nella sfera privata o, peggio, ritenendolo un fattore diminutivo della razionalità umana. Questa prospettiva muove da una lettura parziale della laicità, propria solamente della tradizione francese. Questa lettura non è altro che una delle possibili interpretazioni del rapporto fra democrazia e religione che l'Occidente ha conosciuto e, forse, se riproposta oggi come "specificamente europea", farebbe dell'Europa un'eccezione non positiva nello scenario globale, rendendo il Vecchio Continente meno capace di dialogare con culture diverse, che del fatto religioso sono invece impregnate.
3. La premessa della laicità: la libertà religiosa
Una moderna laicità è invece necessaria allo Stato, alla politica e al dibattito pubblico. La laicità si manifesta innanzitutto come un metodo, una procedura per la discussione, per poi assumere la densità dei suoi contenuti. Questa dimensione contenutistica consiste nella garanzia, riconosciuta a tutti, della libertà di religione e del diritto a non essere discriminati per le proprie opinioni, anche religiose. Ma questa garanzia (di cui la laicità dello Stato è una conseguenza, piuttosto che una premessa) dipende dalla tutela del diritto essenziale di libertà religiosa e, più in generale, della libertà di pensiero.
4. La laicità come metodo
La laicità è espressione di questa irrinunciabile sfera di protezione individuale e collettiva piuttosto che un contenuto dell'azione dello Stato e, ancora meno, delle leggi. Non esistono "leggi laiche" in ragione di ciò che dispongono. Tutte le leggi che rispettino la libertà di pensiero e la libertà religiosa lo sono, se sono adottate dallo Stato italiano nel rispetto della Costituzione, la quale garantisce che la legge sia espressione della volontà della maggioranza dei parlamentari, ciascuno dei quali rappresenta la Nazione, senza vincolo di mandato.
Oggi, invece è diffusa l'idea che le leggi siano "laiche" solo se valorizzino al massimo il principio dell'autonomia individuale, anche quando quest'ultima interagisce con altri soggetti (talora ritenuti non dotati di eguale dignità). E' necessario rendersi conto che questo modo di vedere le cose è una posizione ideologica della quale la laicità è unicamente una maschera.
La laicità è dunque anzitutto un metodo. Essa richiede ai credenti di una religione - e anche a coloro che si riconoscono in una visione del mondo non religiosa - di argomentare razionalmente le loro posizioni nel dibattito pubblico.
5. Fra società civile e Stato
Ragionando sul rapporto tra democrazia e religione, è necessario, inoltre, distinguere fra l'azione - anche organizzata - nell'ambito della società civile, e l'azione prepolitica e politica che mira a orientare le scelte degli organi legislativi, amministrativi e giudiziari dello Stato liberal-democratico.
Nella società civile, e cioè l'ambito in cui "fisiologicamente" si manifesta la libertà e la varietà dei modi in cui gli uomini interagiscono fra loro, deve certamente essere garantito ai gruppi religiosi di potersi fare testimoni dell'Assoluto e del modo in cui si rivela e parla alle coscienze individuali. In questo ambito le religioni possono manifestare tutto quel potenziale profetico che le porta ad essere una preziosa "riserva escatologica" di una società libera. E proprio dalle motivazioni ispirate ad una fede religiosa possono provenire contributi positivi per il consolidamento di una convivenza civile; non di rado, contributi in grado di far sintesi tra diverse visioni del mondo presenti nella società.
Tuttavia, la semplice invocazione di Dio e della sua volontà, o delle dottrine di una Chiesa, se merita certamente rispetto come manifestazione di un "modus vivendi" nella società civile, non può essere la motivazione cui ispirare scelte legislative, amministrative e giudiziarie, che per loro stessa natura vincolano i loro destinatari indipendentemente dalla loro volontà. La democrazia, invece, impone a tutti - laici credenti (delle diverse religioni) o laici non credenti - a motivare le proprie proposte con argomenti razionali, pur nella consapevolezza della debolezza della ragione umana.
6. Quale laicità, dentro il Partito Democratico
Per i cattolici italiani una simile visione della laicità è essenziale per imparare a leggere un contesto molto diverso da quello nel quale la laicità era pensata nell'era del partito unico dei cattolici. Per far questo è necessario assumere fino in fondo la fine di quell'epoca e procedere nel pensare liberamente, senza pregiudizi ed inutili pesi del passato. Ci troviamo in una fase inedita e complessa, da cui può scaturire qualcosa di effettivamente nuovo.
Per quei cattolici che si riconoscono, poi, nel centrosinistra, e in particolare nel Partito democratico, è importante capire in che senso quest'ultimo sia un partito "laico". La laicità di un partito ha significato cose diverse nella storia politica italiana. La nostra democrazia ha avuto un grande partito che si è definito "laico di ispirazione cristiana" (la DC), partiti che si autodefinivano laici nel senso di non cattolici (i partiti di centro del secondo dopoguerra, che preferivano delimitare il fenomeno religioso nella sfera privata e non hanno inteso collegarsi con le diverse tendenze storiche di cattolicesimo liberale, da Rosmini ad Acton) e partiti che assumevano il fenomeno religioso come fenomeno collettivo socialmente rilevante, ma miravano a subordinarlo rigidamente alla politica, la cui definizione spettava in forma monopolistica al partito (è il caso del Partito comunista nella sua impostazione togliattiana prima e berlingueriana poi).
Il Partito Democratico, se vuole essere attento a raccogliere le eredità positive e vitali di queste diverse tradizioni politiche, non può appiattirsi su nessuna di esse. Deve trovare un modo nuovo di essere "laico", di guardare alla complessità del mondo cattolico; certamente senza avvertire una pregiudiziale esigenza di stendere cordoni sanitari e di individuare limiti.
Al Partito Democratico è essenziale una laicità procedurale, che imponga alle diverse sensibilità di argomentare in maniera razionale le proprie convinzioni, facendo in modo che ogni posizione, se ben formata, possa avere diritto di cittadinanza.
Al contrario, una "laicità" dogmatica e ideologica, che ritenga acquisite soluzioni "laiche" - nel senso laicista - su grandi questioni oggi aperte in tutte le società evolute, potrebbe essere esiziale per il Partito Democratico.
L'inizio e la fine della vita, la famiglia e la riproduzione umana, le nuove forme di socialità e di relazione, l'integrazione di nuove persone e di nuove culture in una storia - quella italiana - che certamente non è un deserto, ma ha un passato ricchissimo da cui muovere per guardare al futuro: questi temi saranno il banco di prova su cui misurare la capacità del PD di realizzare veramente una moderna laicità che segni l'inizio di una fase nuova per la politica italiana. Su alcune di tali questioni intendiamo offrire un contributo di riflessione.
7. Le nostre tradizioni, la scuola e il riconoscimento dei diversi simboli delle tradizioni religiose
La tradizione storica del popolo italiano - la sua cultura, la sua religiosità popolare, i suoi costumi - è un tesoro prezioso su cui costruire il futuro. L'apertura al mondo, la stratificazione e l'interazione antropologico-culturale, l'originale cosmopolitismo, la tensione verso l'universalità formano la ricchezza delle tradizioni nazionali. Esse, continuamente vagliate in senso critico dalla ragione, sono un elemento di identità comune che aiuta a "tenere insieme" il Paese e a far crescere il senso di attaccamento dei cittadini alla collettività civile. Su questo humus complesso si è innestata, negli ultimi 60 anni, la Costituzione italiana, che descrive, con una sintesi tuttora molto ricca, la cultura e l'identità nazionale. Collocandosi nel solco della migliore tradizione della cultura italiana, la nostra Costituzione costituisce - d'altra parte - un ponte che consente ad ogni italiano di sentirsi pienamente cittadino della sua patria, cittadino europeo e cittadino del mondo. Con questo spirito, la cura di un patriottismo costituzionale che si radichi nella nostra storia, si apra all'universalità e affronti le sfide globali, è un metodo da promuovere per far crescere la nostra comunità civile nazionale.
In questa prospettiva vanno anche collocati alcuni dibattiti recenti sul valore dei simboli - e su ciò "che unisce" - nello Stato costituzionale italiano, in particolare per quanto riguarda quel luogo essenziale alla «riproduzione della società» che è la scuola. Nella società italiana - fermo l'importante contributo pubblico che può e deve venire dalle scuole non statali, di cui è sempre necessario sia assicurata la parità - un ruolo essenziale spetta ovviamente alla scuola statale, quale luogo nel quale si trasmettono le conoscenze e si contribuisce a formare i giovani cittadini. Si tratta di un luogo che deve saper assicurare da un lato un riferimento privilegiato alle tradizioni culturali e religiose del popolo italiano (ricordando che, secondo l'Accordo di revisione del Concordato del 1984 «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano»): dimenticando queste ultime, infatti, la cultura italiana è semplicemente incomprensibile. Dall'altro, la scuola deve saper essere aperta anche a culture e religioni diverse, perché esse accompagnano i nuovi studenti che la frequentano. Sono queste le coordinate con cui affrontare questioni simboliche come la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, l'esposizione del presepe e il ricorso, da parte degli studenti, a simboli religiosi individuali non ostentatori. La via italiana alla laicità può, a questo riguardo, essere sensibilmente diversa dalla soluzione prevalsa in Francia e in altri Paesi europei: il riconoscimento pubblico di simboli appartenenti originariamente alla tradizione cristiana, e ritenuti identificativi della cultura nazionale da parte della maggioranza della popolazione, può convivere con la scelta dei singoli alunni di utilizzare per sé i diversi simboli della propria tradizione religiosa.
8. Quale libertà religiosa
In una società come quella italiana, che va innestando su una tradizione di omogeneità religiosa una secolarizzazione incisiva - che non ha però cancellato il radicamento profondo del cattolicesimo - e l'immissione di culture religiose in passato molto lontane, la cifra di fondo per definire il «posto» delle religioni non può che essere quella della libertà, che trova nell'articolo 19 della Carta costituzionale una adeguata cornice. Occorre tuttavia evitare a questo proposito facili fraintendimenti. Essi possono essere evitati facendo riferimento ai due punti essenziali che costituivano, su questa materia, il programma della Democrazia Cristiana per l'Assemblea costituente: piena garanzia della libertà religiosa individuale e collettiva e tutela del ruolo specifico del cattolicesimo nella società italiana.
Si tratta di una prospettiva laica che é stata pienamente accolta dai Padri costituenti degli anni fra il 1946 e il 1947. E' bene infatti ricordare che la Costituzione italiana, mentre recepisce fino in fondo l'esigenza di tutela della libertà religiosa individuale e collettiva, e individua nella collaborazione il metodo per rispondere alle esigenze religiose dei cittadini (prevedendo lo strumento del concordato per regolare il rapporto con la Chiesa cattolica e quello dell'intesa per disciplinare le relazioni con le confessioni diverse dalla cattolica) non ha adottato il principio dell'eguaglianza delle confessioni religiose davanti alla legge, ma quello, molto più articolato, della loro "eguale libertà" (art. 8, 1° comma, della Costituzione, così formulato in base ad un emendamento dei deputati Cappi e Gronchi). L'eguale libertà delle confessioni religiose vieta allo Stato di limitare arbitrariamente la libertà religiosa di alcuni gruppi religiosi (e in particolare delle minoranze), ma non impone che i diversi fenomeni religiosi abbiano eguale rilievo nello spazio pubblico. Una tale impostazione, del resto, sarebbe stata semplicemente irrealistica sia nelle condizioni dell'Italia del 1947 (segnata da una forte omogeneità religiosa della popolazione), come in quelle attuali (sicuramente più articolate), e si sarebbe tradotta alternativamente in una vuota declamazione, o in un ridimensionamento della libertà religiosa dei cattolici (e più in generale dei cristiani). La libertà religiosa, individuale e collettiva, e l'eguaglianza individuale, senza distinzione di religione, costituiscono la cifra distintiva della disciplina del fenomeno religioso nel sistema costituzionale italiano, non comportando un egualitarismo tra fenomeni storici e sociali che hanno diversa rilevanza.
E' in questa prospettiva che vanno valutati i progetti di legge in materia di libertà religiosa che sono stati sottoposti al Parlamento nelle ultime tre legislature, senza ottenerne l'approvazione. L'impostazione di fondo di tali progetti può essere condivisibile: abrogare la legislazione sui "culti ammessi", risalente al 1929, che è l'attuale base di disciplina per le confessioni religiose diverse dalla cattolica e che non abbiano raggiunto intese con lo Stato italiano. E' questa, fra l'altro, la condizione in cui si trovano oggi i musulmani che vivono in Italia. Occorre, però, avere presente il fine cui possono legittimamente ispirarsi interventi legislativi su questo tema: ove fosse inteso come un percorso surrettizio per livellare la disciplina del fenomeno religioso, esso andrebbe contro il tessuto costituzionale appena evocato. E renderebbe, in fondo, un cattivo servizio alle minoranze religiose, in quanto le presenterebbe come portatrici di richieste di tutela nello spazio pubblico non proporzionate alle responsabilità cui assolvono.
9. Un nuovo umanesimo come risposta ad alcune grandi questioni
Saldamente radicata nella propria storia e aperta ad un contesto sempre più plurale, la società italiana resta un luogo ove sono presenti significative istanze di liberazione, di cui la politica deve farsi carico, pur consapevole di non poter essere, da sola, la soluzione di tutti i problemi. Al centro, non può che esserci la persona intesa senza arbitrari riduzionismi. Parafrasando un antico slogan del passato, oggi si potrebbe dire: "persone di tutto il mondo unitevi". Una buona politica come servizio esigente per la comunità richiede perciò di assumere come valori cardine una moderna laicità, la responsabilità solidale, la sussidiarietà.
L'espandersi della finanziarizzazione dell'economia e il dominio delle tecnoscienze stanno infatti erodendo le basi stesse di una società di liberi ed eguali. L'intreccio tra le questioni ecologiche, quelle sociali e quelle antropologiche richiede di recuperare l'idea di un nuovo umanesimo della democrazia e della libertà. Tale umanesimo deve guardare all'uomo nella sua globalità (configurandosi quasi come un nuovo "umanesimo integrale", per riprendere l'efficace linguaggio di Jacques Maritain) e prendere in carico alcune grandi questioni: la vita, l'ambiente, la famiglia, l'economia globalizzata.
10. La bioetica e il dogmatismo dell'autodeterminazione
E' molto diffusa oggi in Italia - e più in generale nell'intero Occidente - una visione fondamentalista dell'autonomia individuale, concepita come regola aurea da applicare, praticamente senza limiti, alle questioni cruciali che riguardano l'inizio e la fine della vita e le relazioni umane più importanti: e ciò con precise ricadute sul piano della regolazione normativa, destinate a scardinare istituti giuridici di tradizione secolare. Rifiutiamo questo «liberismo etico» allo stesso modo in cui riteniamo non accettabile un approccio spregiudicatamente liberista in campo economico e sociale. Tale impostazione, infatti, porta in taluni casi ad affermare una vera e propria "legge del più forte", che cancella o comprime indebitamente gli altri soggetti coinvolti: si pensi al caso dell'aborto, ove, l'autodeterminazione della gestante rischia di schiacciare la soggettività del feto; a quello della ricerca sperimentale sugli embrioni, in cui l'esercizio della libertà del ricercatore di effettuare esperimenti comporta la distruzione degli embrioni; o all'ipotesi dell'adozione di minori da parte di coppie omosessuali, nella quale l'interesse dell'adottando è subordinato ad un bisogno dell'adottante, mentre dovrebbe venire in primo piano il diritto di ogni bambino ad essere educato, ove possibile, in una famiglia in cui esistano un padre ed una madre.
In altri casi, l'affermazione del principio di autonomia individuale mette in discussione i pilastri fondanti su cui si è costruita la concezione occidentale dell'uomo, come essere razionale dotato di un valore in sé, trascendente la sua stessa storia. E' in questa prospettiva, della centralità e della dignità della persona umana, che vanno collocati il dibattito sulla fine della vita e la connessa rivendicazione di forme, talora larvate, di eutanasia. La ricerca di soluzioni legislative equilibrate, che, in situazioni umanamente drammatiche, rispettino le convinzioni soggettive e la rappresentazione che ciascuno ha della propria esistenza, e soprattutto il rifiuto di ogni forma di accanimento terapeutico - evitando che l'uomo diventi una cosa da tenere in vita a qualunque costo - non deve portare a superare il principio fondamentale della indisponibilità della vita umana, che resta un cardine della civiltà giuridica occidentale.
Scienza e tecnica, come frutto dell'intelligenza umana, hanno un valore determinante nella costruzione del bene comune e il loro sviluppo, con la sua forte dimensione sociale, va promosso incessantemente. Non va dimenticato, però, che la sfida delle tecnoscienze può generare un mondo "post-umano". Per tempo occorre ribadire ancora oggi che l'uomo è il centro, il culmine, il protagonista della Storia. Esso è misura di tutte le cose.
11. Un ambiente da trasmettere alle generazioni future
La questione ambientale non appartiene certo solo alle culture ecologiste, ma a tutti. L'esasperazione delle vicende del ciclo dei rifiuti - soprattutto il fallimento nella Regione Campania - ci ricorda come l'Italia si trovi in condizioni di arretratezza rispetto ai principali Paesi sviluppati. Ma la Campania è solo la metafora di una diffusa incultura ambientale, che riguarda sia i comportamenti individuali, sia le politiche delle amministrazioni pubbliche, sia la visione condivisa di una responsabilità destinata a condizionare il nostro futuro. Primariamente deve crescere una cultura del bene comune, che muta radicalmente le teste ed i cuori degli italiani: qui più che altrove deve valere il noto assioma kennedyano secondo il quale, prima di chiederci cosa lo Stato può fare per noi, è ciascuno di noi che deve domandarsi - a partire dai comportamenti quotidiani - cosa può fare per rendere più abitabile la propria città ed il proprio Paese.
La questione ambientale, infatti, va assumendo tratti ancor più radicali, che vanno oltre le pur gravi inadempienze nel nostro Paese. Diventa ormai la principale questione che sta davanti a noi nell'era della globalizzazione. Un uso insostenibile delle risorse rischia di consegnare alle generazioni future un mondo ormai inidoneo a consentire la sopravvivenza della specie umana. La responsabilità verso le prossime generazioni deve dunque diventare un modo di vivere e farsi matrice di politiche nazionali e globali che salvaguardino il patrimonio della terra.
12. L'integrazione dei nuovi italiani
Da ormai tre decenni l'Italia ha smesso di essere un Paese di emigrazione ed è gradualmente diventata una terra di destinazione per migliaia di migranti provenienti da diverse parti del mondo. Solo negli ultimi dieci anni, tuttavia, l'immigrazione ha assunto un carattere continuo ed intenso, che interessa - sia pure in modo vario - tutto il Paese. Si tratta di un fenomeno che apporta notevoli benefici alla nostra economia - la quale, ormai, non può più prescinderne - e che apre preziose opportunità di confronto con culture e tradizioni diverse: con essa, il mondo entra "a casa nostra", allo stesso modo in cui l'emigrazione italiana è stata in passato - ed è tuttora - un ponte che ha diffuso l'italianità nel mondo. D'altro canto la consistente ondata migratoria è portatrice di rilevanti sfide alla nostra organizzazione sociale e al modo di concepire la vita ed il mondo che abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti: a parte i gravi problemi di sicurezza, si pone la questione di come garantire agli stranieri che aspirano a divenire nuovi italiani - e ai loro figli nati fa noi - un futuro da eguali, in una cultura spesso molto diversa da quella da cui essi provengono.
La circostanza che l'ondata migratoria arrivi in Italia vari decenni dopo fenomeni analoghi che hanno interessato altri Paesi ci offre la possibilità di analizzare diversi modelli di inserimento sociale dei nuovi arrivati. In particolare, dopo il fallimento dell'assimilazionismo illiberale che aveva guidato il Canada e gli Stati Uniti fino agli anni cinquanta, si sperimentano oggi tutti i limiti di un approccio multiculturale. Ciò consente di affermare che sono sbagliate le impostazioni riduzionistiche: sia quelle che vedono nella comunità nazionale di destinazione (in questo caso l'Italia) l'unico valore da salvaguardare (intendendola come qualcosa di definito in maniera chiusa, in cui i nuovi arrivati devono "inserirsi" assimilandosi), sia quelle che vedono negli immigrati e nelle loro comunità dei portatori di prerogative identitarie assolute, da preservare intatte una volta giunti qui. Il costituzionalismo liberale offre una terza risposta, basata su un equilibrato dosaggio di diritti e doveri: protezione delle libertà e dei diritti individuali dei nuovi italiani, ma dovere degli stessi di prendere atto che il Paese in cui hanno scelto di inserirsi ha una storia, una cultura ed un patrimonio di valori che, se non devono essere accolti acriticamente, vanno però rispettati, accettando anzitutto di interagire con essi. Agli stranieri che aspirano ad essere italiani dobbiamo chiedere di scegliere l'Italia non solo come luogo, ma come un'eredità preziosa da condividere e da far fruttificare.
In questo quadro occorrerebbero almeno due interventi. Il superamento degli attuali profili più irrazionali e controproducenti della legislazione sull'immigrazione; una prudente ma incisiva revisione della legislazione sulla cittadinanza, che assuma come obiettivo centrale quello di agevolare l'integrazione dei nuovi cittadini (garantendo anzitutto la cittadinanza a tutti coloro che nascono in Italia) e prevedendo procedure più efficienti per la concessione della stessa da parte del Ministero dell'Interno. La strada maestra è quella della estensione ai nuovi italiani di tutti i diritti dei "vecchi" italiani. Pur con le dovute attenzioni ai casi particolari, si può forse dire che questo è l'orizzonte: nulla di meno, ma anche nulla di più. La presenza stabile fra noi di compagni di strada portatori di una storia diversa dalla nostra dovrà poi spingerci a rielaborare una cultura dei doveri: e una riflessione in tal senso sarà tanto più efficace in quanto verrà pensata con riferimento ai doveri di tutti. Resta in fondo vero - come diceva Aldo Moro - che "questo Paese non si salverà se alla cultura dei diritti non subentrerà una cultura dei doveri". E il terreno dell'integrazione degli stranieri divenuti italiani è decisivo per una riflessione in tal senso.
13. La famiglia al centro del welfare
La famiglia è più che mai bisognosa di sostegno e protezione: il welfare va oggi ripensato a partire da essa, sia in quanto essa costituisce la cellula base della società, sia in quanto la questione demografica rende ormai un interesse vitale la scelta - ovviamente libera e incoercibile - di investire sul futuro generando figli, in un contesto nel quale tale scelta non solo non è più scontata, ma pare persino controindicata (soprattutto per i suoi costi) e quasi demodé. Da questo punto di vista va ricordato l'art. 31 della Costituzione, secondo il quale "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose". L'elusione di questa disposizione dà corso ad un caso paradigmatico di inattuazione costituzionale, dai costi sociali ed economici enormi.
C'è altresì da domandarsi se questo radicale mutamento dell'equilibrio demografico non solleciti anche un ripensamento profondo dello stesso principio democratico secondo linee di riflessione ben sviluppate in Germania e in Austria, inducendo a ricercare forme di partecipazione al voto che coinvolgano anche i minori, rappresentando così realmente tutti i cittadini italiani, ed i loro interessi, nei processi decisionali pubblici.
14. Con creatività davanti al declino economico
Il contesto economico dei prossimi anni non è incoraggiante. L'eventualità che l'economia italiana sia avviata verso una fase di declino va presa culturalmente sul serio, e non utilizzata ciclicamente (da destra o da sinistra, a seconda dei momenti) come arma critica verso il governo in carica. Si tratta, infatti, non di un processo congiunturale, destinato ad essere cancellato da più favorevoli condizioni dell'economia internazionale, ma di un fenomeno strutturale, anche se non irreversibile.
Al declino dello sviluppo e della competitività in Italia occorre reagire con scelte coraggiose, innovative e compatibili con l'ambiente. Scelte che sollecitano molteplici responsabilità: delle persone e delle famiglie; delle forze del lavoro e dell'impresa; dei produttori di cultura. E' una responsabilità che coinvolge l'intero sistema Paese, e che richiede un approccio comune a tutti gli schieramenti politici. Per fermare il declino serve un processo di riunificazione e di crescita di tutto il Paese, rimuovendo le divisioni e le fratture che si manifestano con crescente evidenza.
In primo luogo ci si deve chiedere se questo nuovo contesto non richieda agli italiani la riscoperta di stili di vita più sobri, di una cultura della serietà, che ha radici importanti nella nostra civiltà, e che è stata fortemente indebolita dal bombardamento dei messaggi della televisione commerciale, dalla sempre minor credibilità del rispetto delle regole e dei doveri, anche in termini di effettività delle sanzioni; dall'affermazione di un'illegalità diffusa in troppe aree e contesti del Paese; in politica, dalla conflittualità quotidiana esasperata, spettacolarizzata e dunque facilmente indirizzata verso scorciatoie populiste. E' evidente che solo un nuovo "patto sociale" tra le forze del lavoro e dell'impresa può costituire la cornice di una politica che consenta all'Italia di ricuperare il terreno perduto negli ultimi 15 anni rispetto ai competitori europei.
Inoltre, un Paese che non produce più cultura e vive dei fasti del passato è un Paese che non ha alcun futuro. E' necessario dunque ritornare ad investire sulle produzioni creative, di arte e cultura, partendo dall'immenso patrimonio di beni - sicuramente unico al mondo - che l'Italia possiede. Fare questo non significa mantenere in vita un "museo impolverato", ma scommettere sulla dinamicità e sulla vitalità, anche economica, che un Paese vivace culturalmente può attivare, specialmente con le generazioni più giovani.
Serve uno scatto di volontà collettiva e di responsabilità per evitare che la rassegnazione impedisca di vedere che il nostro Paese è ricco di risorse, talenti e creatività e può ancora guardare con speranza al proprio futuro.