Seguimi anche su Facebook
L`attuale situazione economico-finanziaria internazionale getta una nuova luce sul valore delle relazioni sociali nella vita economica e nella produzione della ricchezza e lascia emergere il ruolo decisivo della società civile nell`economia. Non a caso la dottrina sociale della Chiesa, ancora troppo poco stimata, richiama instancabilmente il primato della società civile anche in ambito economico.
Il dibattito sulla riforma dello Stato sociale rappresenta un caso emblematico di tale posizione. Coloro che difendono l`importanza della società civile tenacemente rifiutano di ridurre a due i protagonisti in campo: lo Stato e il mercato. I bisogni, cui il sistema di welfare tende a rispondere, non possono essere adeguatamente soddisfatti sulla sola base degli scambi di mercato, a meno di gravissime forme di diseguaglianza. D`altro canto, le persone conoscono i propri bisogni meglio dei burocrati: una risposta standardizzata a bisogni "medi" si presta a molte forme di ingiustizia e ovviamente di inefficienza. Così il peso della società civile chiede di essere riconosciuto attraverso la valorizzazione di forme "sussidiarie" di risposta ai bisogni delle persone e delle comunità. In questo senso una giusta subordinazione valoriale dello Stato alla società civile felicemente sintetizza le posizioni di chi ritiene che le forme di organizzazione della convivenza non possano basarsi sulla nuda coppia "Stato-mercato". Essa riduce, infatti, la partecipazione alla vita sociale al modello dell`individuo anonimo visto come consumatore sovrano e "cittadino intercambiabile" che si limita a esercitare il proprio diritto di voto sia pure con modalità diverse (col potere d`acquisto, in un caso; con la propria scelta elettorale nell`altro), nei due ambiti economico e politico. Questo modello inoltre considera lo Stato e il mercato come puri meccanismi anonimi di coordinamento. Il che contrasta chiaramente con l`esperienza elementare di ognuno di noi ogni giorno. Stato e mercato sono in realtà meccanismi di coordinamento molto complessi, in cui le gerarchie formali e informali giocano un ruolo rilevante, e in cui le relazioni di potere (sulle risorse, ma anche sulle informazioni) incidono in modo determinante sulle scelte individuali. La forma organizzativa della convivenza riflette sempre l`esistenza di relazioni tendenzialmente durevoli di persone e corpi intermedi, di cui occorre rilevare la profonda ambivalenza (esiste, certo, il legame di solidarietà costruttiva, ma anche l`associazione a delinquere). La qualità della convivenza civile riflette quindi la qualità delle relazioni che ne formano lo spessore. Infatti sia lo Stato, sia il mercato assumono la forma organizzativa che le persone e le comunità concrete danno loro. In altre parole, le qualità di Stato e mercato dipendono dalla qualità delle relazioni che li costituiscono. Le relazioni si cristallizzano in istituzioni (lo Stato, il mercato, le imprese) che col tempo assumono, in un certo modo, una propria identità e si organizzano in proprie forme di vita (strutture di partecipazione e di giustizia; ma anche strutture negative di ingiustizia). Quindi Stato, mercato e imprese sono istituzioni che emergono dallo spessore concreto della società: spazio e tempo sono densi di rapporti sociali profondamente ambivalenti, impastati di conflitto e di cooperazione. Tuttavia questa riflessione nell`attuale crisi potrebbe essere considerata semplicemente ingenua. Come ogni cittadino preoccupato della salute civile, economica e politica del proprio popolo, mi è sorta in questi giorni la domanda su quale sia il senso dell`intervento dello Stato nell`attuale crisi. Dobbiamo rinunciare in questa circostanza storica al peso della società civile in favore dello Stato? Mi sembra che si possa tranquillamente affermare che quello dello Stato, nel presente frangente storico, è innanzitutto un intervento di emergenza, necessario a interrompere la catena della crisi. Non sembra esserci alternativa all`intervento pubblico di salvataggio, fosse solo perché lo Stato ha il monopolio del prelievo fiscale coercitivo. In altre parole, con la crisi abbiamo certamente bisogno di "più Stato", ma ne abbiamo bisogno per salvaguardare il peso della società civile e per avere più mercato. Quel che si pone è senza dubbio un problema di efficienza, che ha però un imprescindibile risvolto etico di equità. Infatti qualunque crisi è costosa da riassorbire. L`intervento pubblico riguarderà per forza di cose l`interrogativo su chi e come verranno sostenuti i costi della crisi. Un "buon" intervento dello Stato permetterà che i costi della crisi siano diluiti, nel tempo e fra i diversi gruppi di cittadini, in modo meno iniquo di quello che sarebbe accaduto per l`effetto diretto della crisi. Si deve perciò evitare che accada ciò che normalmente accade: che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli. Mi pare molto efficace in proposito il pronunciamento dei vescovi americani di qualche giorno fa: «Come pastori e vescovi noi vediamo le gravi conseguenze umane e morali della crisi: molte persone stanno perdendo un senso di speranza e di sicurezza». E si riferiscono nel contesto statunitense a difficoltà molto concrete: perdita della casa, del lavoro, delle cure mediche, caduta nella povertà di intere famiglie, oblio dei più bisognosi. Che cosa si può dire allora del primato della società civile sullo Stato nell`attuale crisi finanziaria? Anche nella crisi attuale resta vero che "Stato" e "mercato" sono l`espressione dello spessore della società, della sua tradizione e della qualità presente delle relazioni sociali. Per quanto riguarda le imprese la crisi deve spingere a un maggior riconoscimento del peso del capitale umano. Tale capitale - fatto di attitudini virtuose, cultura, disponibilità... - è il fattore centrale del processo di socializzazione. La crisi finanziaria segnala, in modo vistoso, l`esistenza di una certa involuzione antropologica ed etica, almeno nelle società avanzate: un appiattimento dell`orizzonte dell`umana convivenza sul presente a scapito del futuro, dell`effimero sul durevole, dell`anonimo sul personalizzato, dell`individualistico sul comunitario. Sono questi gli ambiti che dovrebbero diventare oggetto di riflessione da parte di quanti sono personalmente impegnati nel mondo dell`impresa che affonda le proprie radici in una solida tradizione familiare e lavorativa, in cui è evidente il peso dell`esperienza comunitaria cristiana. Anche in materia finanziaria ogni risposta alle forme nuove in cui si manifesta il bisogno di "credito", ossia di ponte reale fra il presente e il futuro, orientato allo sviluppo di tutto l`uomo e di tutti gli uomini, non può che venire dalle persone e dalla loro naturale socialità. La storia, anche del nostro Paese, ci consegna il dato che alcune banche e alcuni grandi patrimoni sono nati "dal basso", dalla intrapresa sociale. Per indicare questa preziosa dote della nostra storia ha senso dunque usare le formule "più capitale umano", "più società civile". Ma "più società", in questo senso, serve anche per avere sia un "mercato" (anche finanziario) più aperto e partecipato, sia uno "Stato" degno della sua funzione di servizio al bene della comune convivenza. La crisi economico-finanziaria può, in tal modo, trasformarsi in un`occasione per un soprassalto virtuoso di ciascuno di noi accompagnato da una maggior passione per la comune e realistica edificazione della vita buona e del buon governo.
| Allegato | Dimensione |
|---|---|
| Sole24Ore(26-11-08)SCOLA.pdf | 215.54 KB |