ENRICO LETTA: "LE PRIMARIE UNICA STRADA. SOLO COSI' NASCE UN OBAMA".

Onorevole Letta, Lei non era in Direzione perché malato. Ma se ci fosse stato, che avrebbe detto?

«Sicuramente avrei confermato la mia fiducia a Veltroni, di cui ho apprezzato la relazione, e gli avrei detto che ora è fondamentale dare un segnale ai tanti militanti e amministratori del nostro partito che sono onesti. Dobbiamo essere rigorosi sulla questione morale e allo stesso tempo seguire l'appello di Napolitano e fare riforme che servono al Paese».

In Direzione c'è stato anche un dibattito sul rinnovamento.

«Si tratta di una discussione molto ripetitiva. Quando il rinnovamento è imposto dall'alto, allora è qualcosa di ambiguo e parziale. Bisogna invece passare dalla logica della cooptazione a una vera e sana competizione attraverso la quale si alternano i gruppi dirigenti. Faccio un esempio: nella politica americana Obama ha rappresentato il rinnovamento, ma dal basso, perché se fosse spettato ai vertici rinnovare avremmo avuto la Clinton. Quindi, con le regole italiane, sarebbe stata la Clinton la candidata e non Obama. Insomma, parlare di rinnovamento senza parlare delle regole per garantirlo è fare un discussione astratta».

Come rinnovare, allora?

«Ci sono i congressi locali e nazionali, che sono i luoghi in cui si discute di leadership. E ci sono le primarie: quando le si vuole far funzionare sono uno strumento che funziona bene come dimostrano i casi di Bologna, Ferrara e Forlì, la settimana scorsa. Io propongo che, se rimane questa legge elettorale, i candidati per le europee devono essere scelti con le primarie e non per cooptazione».

Altro tema, quello della alleanze.

«Le alleanze vengono dopo la definizione del progetto politico e questo progetto lo si sta definendo. La conferenza programmatica di marzo sarà un appuntamento fondamentale. Penso che una scelta chiara sulle alleanze debba essere fatta in quell'occasione perché gli elettori devono sapere per quale centrosinistra voteranno. Io credo che occorra lavorare a un centrosinistra largo ma che abbia come direttrice di marcia la ricerca di un rapporto tra noi e Casini. Ma non si può parlare solo di questo alla conferenza programmatica. Proporrò a Veltroni di trasformarla nel più grande evento italiano sulla crisi. Già, sarebbe la nostra fine se dinanzi a una crisi economica scatenata dalle politiche dell'indebitamento all'eccesso dell'amministrazione Bush non fossimo in grado di dare risposte migliori di quelle di Berlusconi».

Tornando alle alleanze, avrebbe votato il documento Follini?

«Non l'ho letto, ma tutto quel che serve a chiarire che la nostra e quella del Di Pietro giustizialista sono strade separate va nella giusta direzione. Ho visto Di Pietro all'opera da ministro quando io ero a Palazzo Chigi ed era bravissimo. Vedo oggi un cambio totale di strategia e un suo atteggiamento: si è messo in una logica anti PD».

Partito degli iscritti o delle primarie?

«Il ritengo che noi dobbiamo diventare il partito dei territori, ma per farlo dobbiamo deromanizzarci perché c'è un eccesso di centralismo e di romanocentrismo che sui territori viene sofferto e che diventa anche una sofferenza elettorale soprattutto al Nord. Insomma, dobbiamo applicare tutte le novità positive che c'erano nello Statuto e che stiamo applicando poco. Occorre quindi dare spazio a liste civiche, ai partiti territoriali. Dove vinciamo al Nord? A Torino, perché Chiamparino è giudicato dai torinesi più torinese degli altri; a Venezia e a Vicenza perché Cacciari è più veneziano e Variati più vicentino e in Trentino Dellai ha vinto perché era più trentino del suo avversario».

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