ENRICO LETTA: "PIU' STATO, NON MENO MERCATO".

Una rivincita dello stato sul mercato. Appare questa l'idea più semplice, la reazione più ovvia per superare le attuali difficoltà, la crisi economico-finanziaria globale.
La capacità di risposta, cioè, viene ormai ravvisata all'interno della dialettica stato-mercato, con la tentazione naturale, e sempre più ricorrente, di assegnare una nuova supremazia al primo rispetto al secondo. E, questo, è tanto più vero quanto più emergono e risultano evidenti i fallimenti del mercato come quelli che si sono registrati in questi mesi.

Tuttavia, credo sia necessaria una più approfondita analisi delle cause scatenanti questa crisi a fronte della quale le risposte non possono essere semplicistiche, come si è visto anche nel corso della due giorni di Parigi dove si è ragionato sul tema «Nuovo mondo, nuovo capitalismo».È, senza dubbio, falso sostenere che la crisi sia stata causata esclusivamente dai fallimenti del mercato.Buona parte delle ragioni che hanno portato al dissesto della finanza internazionale, con gravi ripercussioni sulle economie mondiali, trova radici proprio nell'incapacità dello stato, o meglio, degli stati, di governare i fenomeni di globalizzazione.A fronte, infatti, di una integrazione tra economia e finanzia internazionale avvenuta in maniera sorprendentemente rapida negli ultimi due decenni, gli stati non sono riusciti a fare altrettanto. Non solo non c'è stata una globalizzazione analoga delle istituzioni, ma gli esempi di questa asimmetria potrebbero essere molteplici.Il caso più clamoroso è, non a caso, quello della Wto (World Trade Organization). Proprio l'organizzazione internazionale che dovrebbe regolare i commerci mondiali, ovvero uno dei campi sui quali la globalizzazione ha maggiormente influito, è ancora ordinata in buona parte sulla base di un sistema fondato sull'unanimità. Un metodo che, di per sé, in un organismo così ampio e decisivo per gli interscambi commerciali tra stati, costituisce una delle principali ragioni per spiegare gli insuccessi e l'incapacità strutturale a gestire ineguaglianze e asimmetrie.Tuttavia, questa osservazione non può essere ristretta solo all'istituzione che regola il commercio internazionale ma può essere estesa a molti altri campi. A cominciare da quello della regolazione finanziaria.Basti ricordare la reazione che alcuni paesi ebbero quando, a nome del governo Prodi, l'allora ministro dell'economia Tommaso Padoa-Schioppa avanzò la proposta concreta di creare un'Autorità europea per la sorveglianza e la regolazione del mercato finanziario comunitario.Alcuni paesi, Gran Bretagna in testa, misero un veto insormontabile.Oggi la situazione è profondamente cambiata e c'è la necessità di superare rapidamente quel veto perché è sempre più evidente come ormai sia fondamentale a livello europeo un sistema di vigilanza e di sanzioni: lo pretende la pubblica opinione e, soprattutto, lo richiede una riforma efficace del modo di essere del nostro capitalismo.La dialettica stato-mercato è, dunque, parte del problema e non c'è dubbio che la soluzione alla crisi vada cercata all'interno di un riequilibrio di quel rapporto, ma questo deve avvenire in modo che ognuno faccia il proprio dovere. Lo stato deve finalmente guidare la globalizzazione delle istituzioni, perché l'integrazione internazionale degli stati e la costruzione di sistemi multilaterali efficaci e solidi sono ormai obbligatorie quanto ineludibili. Oggi, dopo l'esplosione della crisi, i veti che negli anni scorsi hanno bloccato l'integrazione delle istituzioni statuali appaiono come atti di miopia ed egoismo nazionale che vanno ascritti alla lista delle responsabilità del tracollo del capitalismo finanziario. La politica di unilateralismo che gli Stati Uniti hanno seguito in tutti i principali settori negli anni successivi al 2001 è parte decisiva di queste responsabilità; ma lo stesso va detto, seppure con pesi diversi, per quei paesi europei che hanno immaginato di salvarsi frenando l'integrazione europea. La stessa autoesclusione dall'Euro di stati importanti, vista alla luce dell'attuale crisi, appare oggi un errore grave.Prima di tutto per quegli stessi paesi e, in parte, anche per l'Europa intera. Responsabilità simili si ravvisano anche nel peccato di omissione che gli stati hanno compiuto in questi anni tollerando i paradisi fiscali.Oggi è chiaro a tutti che l'esistenza di paesi che vivono esclusivamente per rendere possibile l'elusione delle regole rappresenta una delle cause della crisi. Eppure, finora, si sono tollerati paradisi fiscali addirittura all'interno dell'Unione europea. E non è certo colpa del mercato se questo è avvenuto.

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