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Dalle parrocchie alle corsie di ospedali, dalle famiglie ai luoghi di lavoro. Non c'è àmbito ecclesiale e sociale che le associazioni laicali cattoliche intendono tralasciare nell'opera di coscientizzazione capillare sui temi della sofferenza e delle fasi terminali della vita messa in pista con l'appello «Liberi per vivere». Tutte hanno in cantiere incontri per programmare il da farsi di fronte a quella che è una vera questione sociale. Tutte sottolineano l'importanza di agire unite, nella diversità degli approcci, su un tema divenuto di stringente attualità per il caso Englaro e il dibattito legislativo in corso sul fine vita. Sui quali parecchie sigle hanno fatto già sentire la loro voce. Ora si tratta di andare oltre.
Etica e bioetica «devono diventare dimensione ordinaria del cammino associativo insieme alla dimensione catechistica, liturgica e spirituale», spiega il presidente dell'Azione cattolica Franco Miano. Se le si continua a trattare come «straordinarie» non si forma una «mentalità». I fatti recenti dimostrano, invece, «che con esse dobbiamo confrontarci, perché torneranno di continuo e dobbiamo essere attrezzati». Per andare oltre la sola dimensione ecclesiale, occorre, uno «sforzo culturale che dimostri come la vita non è patrimonio esclusivo. I problemi che i cattolici pongono sono in nome della persona, non di parte». Sui media, però, si sente parlare di una comunità cristiana spaccata. «Non mi appare così. In questo caso, come in tanti altri, c'è stato un convergere significativo di tutti. Particolarmente importante è tessere quest'opera capillare tutti insieme ».La forza è la «rete», assicura Alberto Friso, responsabile di Famiglie nuove, espressione del movimento dei Focolari. Per far circola- re «non solo informazione, ma anche prese di posizione collettive dentro e fuori la parrocchia ». Dei 700 gruppi familiari aderenti, infatti, molti sono di non credenti. «Ma sostengono i valori umani fondamentali. Bisogna partire dall'ascolto profondo del cuore, nel quale c'è il senso della sacralità della vita. E aiutare le persone a ragionare». Al di là dei modelli proposti da gruppi «ideologizzati ». C'è «smarrimento», conferma Alberto Olivero, presidente delle Acli. Preoccupato «non solo rispetto al dibattito in corso su questi temi, ma anche per la costruzione di un pensiero condiviso sui valori di fondo. Per un Paese che vuole vivere in modo sano la sua democrazia questo è fondamentale». Per Olivero, infine, «la dottrina sociale non la si può fare a pezzetti. Non possiamo salvaguardare la dignità di lavoratori e immigrati e poi non andare a sostenere la dignità della vita in altri campi». Invoca la responsabilità dei laici nel sociale anche Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori. «Insieme a un'opera di informazione a tappeto, perché il caso Englaro ha dimostrato che c'è poca conoscenza del tema, credo che dovremo anche esercitare una vigilanza sul dibatto politico. Al di là degli schieramenti e in favore della persona». No alla politicizzazione dunque. Sì «a dire la propria». Non è immediatamente questione di scendere in piazza: «Prima di farlo ci penso mille volte, tanto che negli ultimi anni è avvenuto in una sola occasione », dice cauto Costalli. Però, da schietto toscano, usando un altro dialetto, avverte «quando ce vo' ce vo'». Particolarmente interpellato si sente Vincenzo Saraceni, presidente dei medici cattolici (Amci). Su valori laici, costituzionali e professionali. Rigetta ipotesi legislative di riduzione del medico a mero esecutore, ma va al di là. «Dobbiamo testimoniare una nuova cultura della relazione medico-paziente e farla diventare patrimonio comune». Per sconfiggere una «cultura della neutralità tecnica, che esce da questa alleanza e fa nascere il desiderio di disimpegno del medico e quello del paziente di farla finita». In causa si mettono anche i giuristi. «A 360 gradi, perché non c'è ambito dell'esistenza in cui questo tema non emerga», ragiona il presidente dell'Unione giuristi cattolici Francesco D'Agostino. «L'appello non vuole esercitare pressioni sul Parlamento e parte da un profondo rispetto della sua autonomia». Nell'auspicio che «rispetti valori umani fondamentali », spiega. Vuole, invece, colmare «la carenza dell'attuale dibattito, in cui si tende a proclamare diritti nobili, ma astratti, come l'autodeterminazione». Piuttosto «in gioco c'è, in maniera intrecciata, l'esperienza vitale di ognuno, quella familiare, il sistema sanitario, la professionalità dei medici, la tutela degli anziani e dei soggetti fragili». Non a caso le parole del Manifesto che il filosofo del diritto sottolinea sono «fragilità» e «abbandono», l'aspetto «più angoscioso e nuovo che si sta profilando».Che i malati vadano ascoltati per Salvatore Martinez è prassi. A fine aprile il Rinnovamento nello Spirito Santo, di cui è presidente, si riunirà a Rimini per la Convocazione nazionale, in cui da sempre chi soffre è protagonista. Tre le direttrici che indica come stili di vita da assumere in un tempo di crisi economica, ma anche di valori: «Vita interiore, fraternità e vita eterna». Per accostarsi alle «povertà» spirituali e fisiche «con la preghiera, altrimenti questi malati finiscono dai maghi». Infine la «sfida educativa» per le comunità cristiane, è «rispondere alle questioni poste a tavolino da intellettuali, che sono totalmente disincarnate. Una 'teologia' al negativo, che certo non può irretirci».
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| Avvenire(22-03-09).pdf | 596.13 KB |