"KATYN" DI ANDRZEJ WAJDA.

E' uscito da poco tempo sugli schermi l'ultimo capolavoro del celebre regista polacco Andrzej Wajda, che racconta di uno dei più nascosti e  crudeli eventi della seconda Guerra Mondiale, il terribile massacro perpetrato dai Soviets, nel 1940, nei confronti degli ufficiali dell'esercito  polacco, poco dopo la doppia invasione della Polonia da parte di Germania ed Unione Sovietica, nel 1939. 

Il film, candidato all'Oscar 2008 come miglior film straniero, rivela con accento reale e con impeccabile ricostruzione filologica una delle più grandi mistificazioni della seconda guerra mondiale: l'eccidio della foresta di Katyn. Nel 1939, la Polonia venne invasa ad Ovest dalla Germania Nazista e ad Oriente dall'Unione Sovietica. Durante le operazioni di guerra vennero fatti  prigionieri circa 250.000 tra soldati, ufficiali e agenti di polizia. Nel giro di qualche mese, circa 22.000 prigionieri, membri delle famiglie componenti la classe dirigente polacca, vennero trasportati, dal campo di prigionia di Kozielsk, nella foresta di Katyn, vicino al villaggio di Gnezdovo, a breve distanza da Smolensk, ed uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

L'ordine veniva direttamente da Stalin, ma, per oltre cinquant'anni, la responsabilità venne addebitata dalla propaganda del Regime Comunista Polacco e dalla Unione Sovietica alla Germania di Hitler. Caduti i Regimi Comunisti, la verità è oggi venuta a galla. La scoperta del massacro nel 1943 causò l'immediata rottura delle relazioni diplomatiche tra il governo polacco in esilio a Londra e l'Unione Sovietica. L'URSS negò le accuse fino al 1990, quando finalmente riconobbe nell'NKVD la responsabile del massacro e della sua copertura.

Il film non ha avuto in Italia quella attenzione che meritava, per ragioni forse da ascrivere a motivazioni di boicottaggio politico-culturale di certe lobby. Basti pensare che è stato proiettato solo in 12 cinema in tutta Italia. Ciò nonostante diverse iniziative, anche ad opera della comunità polacca di Torino, stanno cercando di favorirne la fusione e la diffusione.

Il regista, Wajda, ha inteso ricostruire i fatti attraverso le storie di chi ha vissuto tali atrocità, senza retorica, con la sola volontà di ristabilire la verità dei fatti. Nel film sono le mogli, le madri e le figlie degli ufficiali fatti prigionieri, ad essere le testimoni di un evento deprecabile e senza giustificazione: vittime due volte, perché, dopo aver perso i loro cari, utilizzate come strumento di propaganda sia dai Nazisti che dai Soviets. Non traspare alcun sentimento di vendetta od odio verso i carnefici, ma solo il legittimo desiderio di far conoscere un dramma tenuto nascosto troppo a lungo.

La ricostruzione del film è accuratissima, nei costumi, nel modo di pensare, nei piccoli dettagli della cultura materiale di quel tragico periodo di storia dell'Europa. Siamo ben lontani dalle soft opere retoriche ed insipienti di certe produzioni televisive, dove i protagonisti della seconda guerra mondiale vivono in atmosfere soft recitando ruoli improbabili e più consoni ad una mentalità da soap-opera. In Katyn tutta la tensione e l'atmosfera dell'evento diventano tangibili nelle emozioni e nei sentimenti dei personaggi, magistralmente diretti da Wayda.

Il regista rappresenta la tragedia della sua patria con vivo realismo, in un clima in cui le speranze si alternano a momenti di grande angoscia spirituale, fino alla definitiva consapevolezza della perdita di ogni speranza. Nella ricostruzione del terribile evento la crudezza e la veridicità delle scene non lascia spazio ad interpretazioni o sillogismi: i mucchi di corpi e le crudeli esecuzioni che si succedono con impressionante rapidità chiudono, sull'eco delle pagine di un diario intriso di macchie e polvere, la tragedia dei 22.000 di Katyn. Ancora una volta la storia di un popolo che ha sempre difeso la sua libertà con coraggio e sangue, rappresentata come un quadro vivente, che riportando alla memoria i martiri di Katyn,  elogia silenziosamente il loro sacrificio ed il loro patriottismo: anche nella morte le ultime parole sono quelle del Padre Nostro, perché la Polonia, per sopravvivere, nel corso dei secoli, ha sempre avuto bisogno di ricordare a se stessa ed al mondo il suo passato, la sua fede ed il valore del suo popolo.

Raffaele D'Amato

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