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La Chrysler non ha nessuna speranza di potercela fare senza l'apporto di prodotti, tecnologie e capacità organizzativa che le può recare la Fiat: questa la conclusione raggiunta ieri dalla task force nominata dal presidente Obama per fronteggiare una crisi dalle ripercussioni devastanti per l'industria dell'auto americana.
Nella sua relazione finale la task force guidata da Steven Rattner non usa certo la mano leggera nei confronti dei gruppi automobilistici di Detroit, esprimendo giudizi molto severi sui piani di ristrutturazione presentati da General Motors e Chrysler.
Li rigetta entrambi come inattendibili, criticando le misure indicate per la loro inadeguatezza ad assicurare le condizioni indispensabili per un rilancio effettivo. Le conseguenze sono per la Gm un cambio al vertice immediato, con la sostituzione di Rick Wagoner da parte di Fritz Henderson, un altro dirigente cinquantenne della casa di Detroit, e per la Chrysler la sollecitazione a proseguire nella definizione dell'alleanza con la Fiat, in cui si ravvisa l'unica possibilità di salvezza. Così, il governo Obama è disposto ad accordare alla Chrysler altri 30 giorni di sopravvivenza per mettere a punto un piano organico di alleanza col gruppo torinese. Se entro questo termine non sarà stata elaborata un'intesa fondata su un credibile progetto industriale, la vicenda della terza casa storica di Detroit sarà da considerarsi conclusa. Al contrario, se il patto tra Fiat e Chrysler convincerà il governo americano, questo è pronto a sostenerlo con l'erogazione di altri 6 miliardi freschi di dollari (uno in più di quanto aveva già richiesto la Chrysler).La vera sfida comincia quindi adesso. La Fiat si trova nella posizione di dover portare a compimento un'alleanza sul mercato americano, da cui è stata a lungo lontana e in cui aveva ripetutamente progettato di sbarcare negli ultimi anni. Ma ciò succede proprio nel momento più difficile, quando le vendite di auto sono al minimo. Quest'anno in Nord America esse dovrebbero ammontare a circa 10 milioni, quando ancora nel 2007 erano 16,5 milioni. Una contrazione impressionante, che ha fatto precipitare in una voragine i conti dell'industria automobilistica Usa, dopo un decennio di declino in cui il suo vantaggio storico era stato progressivamente eroso dai concorrenti, soprattutto giapponesi. Per la Fiat inizia di sicuro la partita più impegnativa. Essa è chiamata a riscattare la situazione di un'impresa che nel 2009 ha calcolato un taglio dei suoi volumi di prodotto pari al 60 per cento. Il gruppo italiano non dovrà conferire alla nuova alleanza soltanto i suoi modelli, le sue piattaforme, i suoi motori. Deve trarre la Chrysler dallo stato di obsolescenza dove è scivolata e che la crisi globale ha esasperato. Deve modernizzare i suoi impianti produttivi, rinnovare radicalmente la sua gamma d'offerta e renderla attrattiva per i consumatori americani, realizzare automobili in linea con gli obiettivi ambientali e di risparmio energetico propugnati dall'amministrazione democratica. Per vincere una simile scommessa la Fiat deve contare su qualcosa di più delle sue competenze e delle sue dotazioni: deve fare appello fino in fondo all'orgoglio industriale di Torino, dimostrando di saper corrispondere al ruolo di protagonista del sistema dell'auto senza il quale non si supera la dura selezione darwiniana che la crisi impone ai produttori del settore di tutto il mondo.Da tempo Sergio Marchionne ripete che il futuro delle case automobilistiche dipende dal raggiungimento di elevati volumi di prodotto. L'America costituirà un banco di prova fondamentale in questo senso per l'industria automobilistica, come lo è stata in altro modo nel passato. La riconversione che bisognerà affrontare sarà la più profonda che abbia mai conosciuto. Lo pone in luce la valutazione che la task force governativa ha manifestato sulla Gm, costringendo Wagoner alle dimissioni. Dalla metà degli Anni Cinquanta fino al 2007 la Gm ha costantemente figurato nelle posizioni di testa della classifica della rivista Fortune relativa alle maggiori imprese del mondo, ma già nel 1946 Peter Drucker l'aveva segnalata come una sorta di modello di riferimento. Ancora un decennio fa la Gm era stata identificata come il partner ideale per la Fiat, il soggetto capace di garantirle un futuro e una continuità. Ora invece tocca alla Fiat di verificare sul campo la propria capacità di riportare l'auto americana sul sentiero dello sviluppo. Senza peraltro dimenticare che la scena asiatica sarà l'altro teatro decisivo per l'evoluzione della produzione automobilistica, giacché il primo mercato del mondo è diventato ormai quello cinese, l'unico oggi in crescita, dove è atteso un aumento delle vendite del 10 per cento.
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