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Fra il 1993 e il 2008 Torino e la sua area hanno assommato una quantità di mutamenti superiore a quella registrata nei tre decenni precedenti. Dopo la straordinaria stagione di crescita del «miracolo economico», il nostro territorio aveva consolidato alcuni caratteri che aveva maturato fin dai primi del Novecento, confermando la sua tipica fisionomia tipica da città industriale. Fino a quando, appunto, varcata la soglia degli anni novanta, si prese atto della necessità di intraprendere un processo di diversificazione delle basi economiche e sociali. Il resto è storia recente. Dal punto di vista delle politiche del territorio, si è trattato di un ciclo amministrativo che ha fatto leva sul rinnovamento della rappresentanza. Non a caso, proprio nel 1993 si tennero le prime elezioni locali col metodo della scelta diretta del sindaco da parte dei cittadini. La crisi dei partiti dopo Tangentopoli accelerò questa trasformazione.
A Torino ancora più che altrove, è emerso un nuovo modo di fare politica, imperniato sul protagonismo dei sindaci, da Castellani a Chiamparino, che si sono appoggiati su coalizioni più vicine agli interessi locali e assai più distanti invece dalle vecchie macchine di partito. Senza dubbio, il nuovo assetto ha reso possibile una leadership urbana più forte e determinata nel perseguire obiettivi di cambiamento, simboleggiati da traguardi come le Olimpiadi Invernali. Questa spinta, assai robusta in passato, si è attenuata visibilmente negli ultimi tempi. Al punto che potremmo indicare il suo termine nel 2008. Perché è sopraggiunta un'onda di crisi tale da imporre una forzata battuta d'arresto a molti progetti, si potrebbe dire. Ma il rilievo non suona convincente. Intendiamoci: non che la crisi globale non pesi su un'area metropolitana con la complessione economica di Torino. Ma quel ciclo amministrativo stava esaurendosi per conto suo, indipendentemente dalla crisi. Anche perché alcuni degli obiettivi di trasformazione sono stati effettivamente conseguiti e Torino appare realmente cambiata nel profondo. Oggi tutto questo s'accompagna però a un serpeggiante disorientamento. Lo avverte chi va nelle sedi delle organizzazioni delle rappresentanze d'interesse. È come se esse rivelassero il bisogno di un nuovo gioco di squadra del sistema locale, che stenta a delinearsi. Una parte della colpa la porta probabilmente la politica: lo schema del bipartitismo, ideato per il Parlamento, mal si adatta alle geometrie variabili della società metropolitana. E in parte questa situazione dipende dal fatto che, proprio perché l'economia e la società sono mutate, occorre fare spazio a nuove presenze e nuove voci. Sarebbe un errore grave non affrontare apertamente questi temi, evitando di sottoporli al confronto pubblico. Questo è invece ciò che si è proposta di fare, a partire dall'assemblea di ieri, l'associazione Torino Internazionale, che ha coordinato i due piani strategici della'area metropolitana di Torino.