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Parla del suo libro, metà pamphlet, metà agenda di programma (futuro). Sostiene che la sua parte politica deve ricominciare dalle riforme, approfittando della crisi. E deve reagire alla forza culturale di Tremonti e alla holding berlusconiana.
La grande crisi finanziaria da molti imputata agli effetti di lungo periodo delle politiche economiche condotte dai leader occidentali al tempo della terza via, costringe a un compimento simbolico il governo laburista inglese, erede del più popolare dei capi terzaviisti, Tony Blair.
La finanziaria presentata in parlamento dal cancelliere dello scacchiere, Alistair Darling, demolisce uno dei tabù del New Labour, le tasse. Aumentano le imposte su tabacchi, alcool e carburanti, e dal prossimo anno il governo propone una aliquota marginale sui redditi sopra le 150.000 sterline che sale al 50 per cento dall'attuale 40. Dunque quella che era stata la nuova sinistra inglese - che aveva rubato ai conservatori, alla destra, le armi del consenso a partire dalla questione fiscale - si butta a sinistra per recuperare il deficit di bilancio che - un po' a causa della recessione, un po' a causa del costo degli interventi pubblici per la nazionalizzazione delle banche - quest'anno supererà il 12 per cento del pil. E' un nuovo ribaltamento. Che cosa fanno gli eredi della terza via italiana? Come si organizza il Pd, come reagisce a quest'altro ulteriore cambiamento di schema culturale su cui le scelte economiche di destra e sinistra si erano confrontate negli ultimi quindici anni. Enrico Letta, 43 anni, due volte ministro, e poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha appena pubblicato un libro, intitolato Costruire una cattedrale (Mondadori, pag.122, euro 16,50), a metà strada tra il pamphlet e il programma politico. Ne parliamo con l'autore, partiamo dalla questione fiscale. «Il Pd non deve essere il partito delle tasse - dice - Dobbiamo contemporaneamente ridurre le tasse e la spesa pubblica spostando le spese dall'inefficienza all'efficienza. Non è con le tasse che si vince, però bisogna contrastare l'evasione fiscale. Quanto al confronto con quello che accade nel Regno Unito, distinguerei tra quello che stanno facendo loro per motivi straordinari e quello che dovremmo fare noi. Il loro rapporto deficit/pil va sopra il 10 per cento. Ma loro hano margini sull'aumento delle tasse che noi non abbiamo. Non possiamo né aumentare le tasse, né aumentare il debito. Quanto al terzaviismo degli anni Novanta, è finito da tempo. Bisogna costruire qualcosa di altro».
Letta dice che noi non possiamo aumentare il debito. Sostiene una tesi da cui nasce il titolo del libro: uno dei problemi del nostro sistema sociale (la politica ne è la proiezione) è il presentismo, cioè l'incapacità di progettare il futuro, di pensare a quello che sarà dopo di noi con un senso di partecipazione responsabile. Nel medioevo i finanziatori delle cattedrali, nella grande maggioranza dei casi, sapevano che in vita non avrebbero visto compiuta l'opera. L'ammontare del debito pubblico italiano è il risultato di una forma di miopia collettiva che nega il futuro. «Il tema del debito è stato sottovalutato dalla politica. Nel biennio 2009-2010 noi bruciamo quattordici anni di sacrifici da parte di tutti, ritorniamo a un livello di debito sui livelli di allora. Abbiamo fatto un sacco di fatica e si ricomincia daccapo. Ho letto quello che ha detto ieri al Riformista Luigi Spaventa, e cioè che il debito è un problema di tutti. Per noi è più grave». Dunque lei è d'accordo con Tremonti che sin dall'inizio ha detto che non avrebbe fatto ricorso a politiche di spesa in deficit? «Sarei stato addirittura più rigido. Andiamo al 121 per cento del raporto debito/pil, e non è conteggiata l'incidenza del terremoto in Abruzzo. Per me in realtà costerà almeno un punto di pil: se pensiamo che Marche e Umbria con un terzo degli sfollati e meno danni ci è costato sette miliardi, cioè mezzo punto pil». Bisogna ridurre il debito. Una parte sarà riassorbita dalla ripresa economica che dovrebbe arrivare nel 2010. Ma si pone anche un problema di riduzione della spesa pubblica. Dove si può intervenire? «Dobbiamo partire assolutamente dalla crescita e puntare a tassi che non siano come al solito la metà dei tassi di crescita di francesi e tedeschi. Sulla riduzione della spesa, a parte gli interventi di razionalizzazione, credo - e l'ho scritto in questo libro - che la strada principale debba essere l'aumento dell'età pensionabile. Ci tengo a dire che qualunque intervento previdenziale deve essere preceduto da un intervento sulla previdenza dei parlamentari». C'è una parte di Pd che si spingerebbe più avanti. Linda Lanzillotta, per esempio, sostiene che bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il nodo del pubblico impiego. È l'altra metà dell'intervento di finanza pubblica proposto da Gordon Brown. «Non può essere ignorato. Il tema del pubblico impiego va affrontato. Anche Renato Brunetta, esaurita l'offensiva sui fannulloni, dovrebbe passare a una fase più propositiva. Ha ragione Linda Lanzillotta, della quale condivido anche la posizione sulle liberalizzazioni nei servizi pubblici locali, questione che andrebbe riproposta, e che la crisi ha ucciso». La crisi ha travolto quel che restava della terza via italiana, ha messo in imbarazzo il riformismo liberale sentitosi colpevolizzato dalle delusioni della democrazia finanziaria affidata al debito. Questo ha indebolito quella che era stata la cultura ispiratrice del Pd. E adesso? Ieri in un editoriale sul Corriere della Sera , Francesco Giavazzi, il quale per un periodo con le sue idee aveva contaminato il processo di fondazione del Pd, ha detto che bisogna insistere sulla strada delle riforme. «Per me Giavazzi ha ragione, la crisi deve spingerci sulla via delle riforme», dice Letta. Nel libro parla di riforma degli ammortizzatori sociali. La farebbe insieme al governo? «In teoria sì. Ma Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti hanno teorizzato il principio di grandine e ombrello. L'approccio del governo in questo momento di crisi non è agire sulle grandi riforme, ma per via amministrativa». Sul rapporto tra crisi, conseguenze sul futuro, riforme, c'è una questione su cui il Pd - e in generale tutto lo schieramento di opposizione al governo - non ha sviluppato un dibattito: è la relazione tra regole e mercato, diritto ed economia, questione sollevata da Tremonti. Letta fa parte della commissione istituita presso il ministero del Tesoro che sta discutendo sul cosiddetto legal standard. Secondo lui, la ragione per cui il tema non attecchisce nel centrosinistra è «l'encefalogramma piatto di questa fase. C'è un dominio culturale di chi è al governo oggi. Si è sviluppato lungo due direttrici, il libro di Tremonti, La paura e la speranza , e l'interventismo di Silvio Berlusconi. A palazzo Chigi non c'è una merchant bank ma una holding . Gestisce Alitalia, la Libia, la politica energetica, l'Expo. Questo duplice attivismo, fatto di pressione culturale tremontiana e potere di intervento del capo del governo, è dominante e non trova opposizione. La linea del Pd dovrebbe essere fatta di ?consumatori & calore sociale?: cioè attenzione per il mercato ma fine del neoliberismo tecnocratico, e riappropriazione in capo alla Stato del compito di fissare le regole generali».
Costruire una cattedrale si conclude con un aneddoto istruttivo e abbastanza malinconico. Nel 1994 i vertici dei centristi del Patto per l'Italia invitano Valery Giscard d'Estaing a una convention elettorale. Ma all'ultimo si decise di revocare l'invito per il timore che l'elettorato potesse non capire la ragione di un invito rivolto a un esponente della destra moderata francese. Scrive Letta che come allora «ci si vergogna, o si prova imbarazzo oggi nel Partito Democratico, a guardare al centro e a parlare ai moderati». La sindrome del «meglio non invitare Giscard» è una forma di vincolo politico, un freno a parlare di tagli fiscali, oppure di spesa pubblica da ridurre, di riforma del welfare, un freno a ricominciare ad attrarre ceto medio moderato. Dice: «C'è bisogno di coraggio politico e di un'azione costante per ricostruire un punto d'incontro tra moderati e progressisti».
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| Riformista(24-04-09)LETTA.pdf | 200.87 KB |