Rassegna stampa

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ENRICO LETTA: "RIFORME, E' IL MOMENTO DI SCELTE IMPEGNATIVE".

Caro Direttore, gli ultimi dati sul debito pubblico hanno tolto i residui alibi rimasti. Chi pensava che bastasse solo aspettare che la crisi venisse risolta da quegli stessi americani che l' avevano scatenata, per ricominciare come prima, deve arrendersi all' evidenza delle cifre. Nei due anni 2009-2010, come nel gioco dell' oca, torniamo alla casella di partenza. Al 1994. Il debito era al 120 per cento del pil allora e ci ritorna ora: 14 anni di sacrifici spazzati via in un solo biennio di crisi di crescita. L' appello di Francesco Giavazzi, «L' occasione delle riforme», pubblicato sul Corriere del 23 aprile, è quindi non solo giusto, ma soprattutto non rinviabile. Deve diventare il nostro «Tina», There Is No Alternative. E perché questo accada l' opinione pubblica ne deve essere coinvolta e la politica deve fare passi in avanti coraggiosi. Molti minimizzeranno il dato disastroso sul debito pubblico dicendo che anche gli altri stanno facendo lo stesso.

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ENRICO LETTA: "IL PD DEVE RIPARTIRE DAI TAGLI ALLE TASSE".

Parla del suo libro, metà pamphlet, metà agenda di programma (futuro). Sostiene che la sua parte politica deve ricominciare dalle riforme, approfittando della crisi. E deve reagire alla forza culturale di Tremonti e alla holding berlusconiana.
La grande crisi finanziaria da molti imputata agli effetti di lungo periodo delle politiche economiche condotte dai leader occidentali al tempo della terza via, costringe a un compimento simbolico il governo laburista inglese, erede del più popolare dei capi terzaviisti, Tony Blair.

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ENRICO LETTA: "CHI NON VUOLE L'UDC VUOLE PERDERE".

«Conosce quella del casellante? C'è un casellante che si rende conto che due treni sono in rotta di collisione. Per evitare il disastro, manovra segnali, allarmi, scambi. Poi, una volta resosi conto che è tutto inutile, chiama la moglie e le dice: cara, vieni alla finestra, almeno ci godiamo lo spettacolo. Ecco, io non voglio fare come quel casellante. Mi rifiuto di rassegnarmi al fallimento del Pd, o addirittura di augurarmelo». Inevitabilmente sospettato (come del resto tutti i centristi del suo partito) di avere già la testa su quello che potrà succedere dopo l'impatto della segreteria Franceschini contro il muro delle elezioni di giugno, Enrico Letta non ci sta a fare la parte di chi punta sul tanto peggio tanto meglio.
Sulla scrivania ha il libro che ha appena scritto per la Mondadori: Costruire una cattedrale, un atto di fede nella capacità del centrosinistra di essere anche in futuro la guida dello sviluppo economico e civile del Paese. Al segretario, Dario Franceschini, un ex della Margherita come lui, affida attraverso Panorama la sua ricetta per provare a salvare il partito.
Qualche capacità profetica l'ha già dimostrata: nel 2004 mandando su tutte le furie Romano Prodi e i diessini, pronosticò l'insostenibilità dell'alleanza con Rifondazione, poi puntualmente entrata in crisi nel 2008.

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ENRICO LETTA: "COMPETERE COL CAVALIERE".

Gentile direttore,
gli interventi sul suo giornale di Lucia Annunziata e Sandro Bondi riprendono la tripartizione dell'elettorato italiano - tra populisti, moderati e progressisti - che propongo nel libro Costruire una cattedrale. Da punti di vista diversi entrambi affrontano, con riflessioni approfondite, un tema sul quale è utile forse tornare.
Credo che le elezioni del 2008 e le successive dimissioni di Veltroni dalla guida del Pd chiudano quindici anni di politica italiana. Penso che il ragionamento vada generalizzato a tutto il quadro politico. Intanto, sono sicuro che questa pagina definitivamente conclusa valga almeno per il centrosinistra. È chiaro che quella ripartizione bipolare che l'elettorato italiano ha vissuto in questi quindici anni, metà con Berlusconi, metà con Prodi, è finita. Le ultime elezioni e i fatti successivi consegnano un quadro politico non più diviso in due. Penso che la realtà dell'elettorato italiano oggi sia meglio spiegabile attraverso la tripartizione fra segmenti di pari forza sintetizzabili nelle etichette di «moderati-populisti-progressisti» piuttosto che nel classico e ormai astratto «destra-sinistra».

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ENRICO LETTA: "ORA LA CGIL FIRMI I SINGOLI RINNOVI".

"L'atto di oggi (ieri, ndr) è la fine della fase teorica che riguarda la questione dei contratti. Ora si entra nella fase di applicazione pratica ai rinnovi: entro l'anno telecomunicazioni, alimentaristi e meccanici. Confido nel fatto che lo strappo venga recuperato nella pratica ritrovando un atteggiamento sindacale unitario». Enrico Letta si dice fiducioso sulla possibilità di ritrovare nel lavoro concreto dei singoli rinnovi quell'unità sindacale perduta con la mancata firma di Guglielmo Epifani alla riforma della contrattazione. E per uscire dalla crisi salvando le milioni di piccole e medie imprese italiane rilancia la ricetta contenuta nel suo ultimo libro (Costruire una cattedrale, perché l'Italia deve tornare a pensare in grande): una riforma degli ammortizzatori sociali che tuteli anche le Pmi che oggi ne sono escluse e l'anticipo da parte della Cassa depositi e prestiti dei pagamenti da parte della Pa.

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ENRICO LETTA. "COSTRUIRE UNA CATTEDRALE".

«Questo bipolarismo è finito. L'elettorato non è bipolare, ma tripo­lare: diviso non tra destra e sinistra ma tra progressisti, moderati e popu­listi. Si tratta di unire progressisti e moderati, in un patto che non potrà includere né la Lega da una parte, né Di Pietro e i comunisti dall'altra. Dob­biamo costruire un nuovo Centro-si­nistra: con la C di Centro maiuscola. Con un terzo dei voti non si vince: è evidente che dobbiamo rispacchetta­re tutto. Il Pd,così com'è, è condan­nato alla sconfitta: non a caso, come ha fattonotare per primo Marc La­zar, il suo insediamento elettorale coincide in modoimpressionante con quello del Pci di trent'anni fa. Si tratta di andareoltre questo Pd, e an­che oltre l'alleanza con Casini. Uscire dallariserva indiana dei perdenti, e cambiare il sistema».

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GIUSEPPE BERTA: "LA FINE DI UN CICLO POLITICO".

Fra il 1993 e il 2008 Torino e la sua area hanno assommato una quantità di mutamenti superiore a quella registrata nei tre decenni precedenti. Dopo la straordinaria stagione di crescita del «miracolo economico», il nostro territorio aveva consolidato alcuni caratteri che aveva maturato fin dai primi del Novecento, confermando la sua tipica fisionomia tipica da città industriale. Fino a quando, appunto, varcata la soglia degli anni novanta, si prese atto della necessità di intraprendere un processo di diversificazione delle basi economiche e sociali. Il resto è storia recente. Dal punto di vista delle politiche del territorio, si è trattato di un ciclo amministrativo che ha fatto leva sul rinnovamento della rappresentanza. Non a caso, proprio nel 1993 si tennero le prime elezioni locali col metodo della scelta diretta del sindaco da parte dei cittadini. La crisi dei partiti dopo Tangentopoli accelerò questa trasformazione.

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GIUSEPPE BERTA: "LA SCOMMESSA DEL QUARTO CAPITALISMO".

Quale posto deve occupare l'industria nell'assetto economico dei Paesi sviluppati? La crisi ha ricondotto i sistemi di produzione e il mondo delle imprese industriali al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica, dopo che per anni la sfera della manifattura era sembrata destinata a perdere irreparabilmente di rilievo a paragone della crescita dell'economia dei servizi. Oggi ci si interroga sul destino che avranno i grandi complessi produttivi, a cominciare da quelli dell'automobile, cui nessuno dei governi occidentali pare disposto a rinunciare. L'universo della produzione viene riscoperto e valorizzato nel momento in cui si sottolinea la sua funzione di pilastro dell'organizzazione economica. Ma ciò avviene proprio quando la crisi sfida la continuità delle strutture industriali, mettendo alla prova la loro capacità di sopravvivenza.

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MARCO CALGARO: "IO CON L'UDC? I TEMPI NON SONO MATURI".

Calgaro da qualche giorno girano voci insistenti sul fatto che lei voglia abbandonare il Pd. È vero?
«Al momento no».
Nemmeno se, come si vocifera, l´Udc le offrisse la candidatura a presidente della Provincia di Torino?
«Nessuno mi ha fatto un´offerta di quel genere che in ogni caso non accetterei. Oggi non abbandono certo il Pd per andare nell´Udc».

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GIUSEPPE BERTA: "TORINO, AMERICA".

La Chrysler non ha nessuna speranza di potercela fare senza l'apporto di prodotti, tecnologie e capacità organizzativa che le può recare la Fiat: questa la conclusione raggiunta ieri dalla task force nominata dal presidente Obama per fronteggiare una crisi dalle ripercussioni devastanti per l'industria dell'auto americana.
Nella sua relazione finale la task force guidata da Steven Rattner non usa certo la mano leggera nei confronti dei gruppi automobilistici di Detroit, esprimendo giudizi molto severi sui piani di ristrutturazione presentati da General Motors e Chrysler.

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